Caro direttore,
ogni volta che mi interpelli sui giovani non posso esimermi da tre considerazioni preliminari che renderanno comunque azzardato qualsiasi tentativo di generalizzazione: la definizione di per sé forzata della categoria dei giovani, resa ancor più umoristica dallestensione temporale che prende le mosse delladolescenza per varcare con la Playstation la soglia dei trentanni; il fatto di conoscere e frequentare coetanei che più o meno la pensano come me; la difficoltà di cogliere segnali comuni nel particolarismo in cui spaesano esistenze tanto diverse.
A riprova di tale incertezza, nel magnifico fervore di questo febbraio pieno di girotondi in cui sta rifiorendo il sentimento civile, sia i promotori sia i protagonisti di iniziative, manifestazioni e raduni non sono giovani. È un fatto. Ciononostante i giovani tanti, tantissimi, animati dallo stesso sentimento civile di genitori e nonni si accodano a questa rivendicazione democratica: partecipano applaudendo. È un fatto su cui occorre riflettere. Tanto per fare un esempio, come mai invece degli studenti sono i professori a mettersi in testa a un corteo?
Chi preferisce semplificare la questione circoscrivendo la protesta giovanile ai no global, non ha capito niente. La maggioranza dei giovani di sinistra sta dalla parte dei professori di Firenze e di Torino e del quasi splendido cinquantenne Nanni Moretti. Con un problema in più: soffre di una difficoltà generazionale a esprimere il dissenso in forma unitaria, a trovare delle voci proprie da affiancare al coro di facce note.
Fatta eccezione per i giocatori di calcio e i figuranti televisivi, la maggioranza dei giovani in Italia oggi non conta. Nel senso che non è riconoscibile o come si ama dire oggi visibile, tantomeno identificabile in un contesto di gruppi omogenei, di movimenti di aggregazione, di intraprendenza culturale contro lappiattimento surrettiziamente democratico dellindistinzione di massa. Sembra al contrario che ognuno rappresenti se stesso. Pur condividendo ideali comuni, queste separatezze si coalizzano soltanto per una partecipazione gregaria. I giovani assistono alla protesta dei grandi, la spalleggiano entusiasti senza sentire il bisogno di aggiungere qualcosa di loro. Ecco forse spiegato il segreto della predilezione mediatica per limmagine vendibile dei no global, peraltro abilissimi nel destreggiarsi tra i meccanismi della comunicazione che combattono.
Lo stato di emergenza democratica lanciato da questo giornale ha contribuito a rinfocolare quel sentimento di sinistra, fiero nella sua appartenenza e allo stesso tempo bisognoso di ridefinirla, che sembrava essersi invischiato in un chiacchiericcio parrocchiale. Laddove viene messa a repentaglio la pluralità di opinioni e la critica è subito bollata come demonizzazione se non addirittura come complotto eversivo (comunista e implicitamente terrorista) contro la maggioranza, non si può non levare il nostro grido di allarme. A questo proposito è bene citare il filosofo John Rawls, secondo il quale il risentimento e lindignazione sono dei sentimenti morali. Il primo nasce dalla «nostra reazione alle offese e ai danni che i torti degli altri ci infliggono»; la seconda dalla «reazione alle offese che i torti degli altri infliggono a terzi».
Tuttavia le spaccature politiche permangono anche sotto il cielo concorde della colossale mobilitazione al Palavobis di Milano. Ai dissensi trasversali tra i partiti per un posto al sole nellUlivo, si affianca unincompatibilità generazionale edificata sullindifferenza piuttosto che sul classico conflitto: la dialettica costruttiva di anni fa... Un dato spesso travisato nella disaffezione politica dei giovani e nella apparente perdita di valori va proprio rintracciato in questa continuità interrotta da un silenzio pacifico.
I dieci anni appena celebrati dallinizio di Tangentopoli hanno acuito una distanza che tante tradizioni rinnegate da un giorno allaltro si incaricavano di colmare, forti di un passato fatto di ideali ed errori, conquiste e sconfitte, dove le differenze si ricomponevano nellalveo di una tradizione comune sorta sulle ceneri del fascismo, intorno a dei valori condivisi che legittimavano un mutuo riconoscimento tra le diverse forze in campo. La scomparsa dei partiti storici, le loro affrettate rifondazioni senza storia hanno spogliato di senso i nuovi partiti per coloro che non ne avevano memoria diretta o ereditata dai propri genitori. Per lelettore vergine, la formazione di una coscienza civile ha proceduto di pari passo con lo smantellamento fisico di una classe politica e il riassestamento di un sistema sostanzialmente invariato nella mentalità. La differenza tra la I e la II Repubblica passa attraverso questa sorta di memoria pattuita tra i reduci dello stravolgimento, provocando un vero e proprio scollamento dalla percezione della società civile definizione chissà perché tanto osteggiata.
Reclamando lindipendenza della giustizia o la risoluzione del conflitto di interessi la gente invoca il ripristino delle condizioni di quel mutuo riconoscimento che le parti politiche mettono in discussione solo a parole e che invece i cittadini avvertono come insufficienti. Bisogna a tutti costi scongiurare che lattuale sentimento di diffidenza spesso esorbitante nel disprezzo nei confronti chi vota in modo diverso dal proprio si trasformi in intolleranza. E per farlo bisogna definire unaltra volta le regole della democrazia. Un compito a cui sono chiamati tutti, a partire dagli intellettuali allegramente disorganici.
Allora il problema che si prospetta a Fassino davanti allelettore, ma soprattutto allelettore vergine, è di duplice natura. La prima investe lidentità dei DS: come spiegargli qual è lelemento caratterizzante del partito, che cosa vuol dire essere di sinistra, perché può sperare in una vita migliore se li vota, e ancora che nesso esiste, quale il terreno comune con la compagine floreale dellUlivo. Ed è meglio che prima di farlo si consulti con i suoi colleghi per non incorrere in troppe gaffes. La seconda mette in gioco i principi: come giustificare luso strumentale, di negoziazione politica tra l'altro fallita, di un inderogabile principio democratico che soggiace al conflitto dinteressi di Berlusconi. Dinanzi a tale colpa lamentarsi dell'occupazione della Rai assume toni da farsa.
Lentusiasmo se vogliamo indisciplinato di questa anticipata primavera democratica sta risvegliando lidea di sinistra come aspirazione al cambiamento: come voglia di fare qualcosa tutti assieme. Ai politici in un secondo tempo toccherà di mettere ordine a questo salutare casino. Intanto, con atteggiamenti per certi versi patetici o romantici sono di punti di vista , rivediamo in prima fila i contestatori di venti, trentanni fa, leggiamo una scalpitante Ravera che sembra risbucata dagli anni settanta orfana di Rocco e Antonia, e ci chiediamo se Moretti sia una reincarnazione di se stesso tanto somiglia a quellautarchico coi baffi e i capelli lunghi. Nei gesti di entrambi riconosciamo la prerogativa comune questa davvero intramontabile, che nelle società vitali spetta naturalmente ai giovani di opporsi allesistente in nome di un mondo migliore.
Sarà che oggi un giovane dotato di talento e ambizioni non si butta in politica. Se invece ha il talento dellambizione il successo lo cerca in tivù, la politica può essere tuttal più una conseguenza, guai a dire che è un ripiego solo perché non ti prendono nel cast di una fiction su una rockstar redenta dalla devozione per padre Pio. Di fatto manca labitudine, che poi è anche unattitudine, allintransigenza. Peggio, vige lautomatismo di delegare le questioni pubbliche al remoto mondo dei grandi: la vita è sempre altrove. E qui, intanto?
Caro direttore, da forzato della gioventù quale mi hai ridotto, e senza alcun diritto di rappresentare questi invisibili trentenni, anzi spaventato dalle mie certezze, mi sento però in dovere di lanciare un appello. Accorato, e se me lo concedi, un po sbrigativo: ragazzi, è lora di incazzarsi un po.
dallUnità del 3 marzo 2002