- Ho smesso di recitare perché ero stanca, ero stanchissima.

È un pomeriggio di bagliori tenui. Dalle grandi finestre il cielo di Roma asseconda il bianco del salotto in una sensazione di immobilità. Ogni tanto bisogna abbassare lo sguardo verso l’unica macchia di divani turchesi oltre due gradini di marmo per riprendersi da tanta evanescenza. Le gambe accavallate che non intralciano la disinvoltura eretta con cui è seduta, gli occhi da poco velati da delle lenti scure guardano avanti, le mani per un momento accantonate dal loro continuo gestire, dalla voce trapela sempre una mondanità ben sorvegliata: ma dopo due ore di parole Lisa Gastoni prende fiato. Per la prima volta si arresta al confine dei suoi ricordi di attrice. È sorpresa.

- Recitare è un’invenzione. A me non m’è rimasto niente dentro. Quando ho smesso di fare cinema mi sono resa conto che avevo il cervello atrofizzato. Prima mi piaceva vivere storie di personaggi inventati. Però poi c’è un momento in cui secondo me non serve proprio più alla propria vita. Io non ho vissuto bene gli anni del cinema, anzi li ho vissuti malissimo. Intanto perché non ci credevo, non credevo alla mia immagine e nemmeno l’ho molto amata. Allora si diventa insofferenti, un po’ rompiscatole. Noi siamo una merce, noi vendiamo noi stessi. Se tu non godi di questo, e devi anche godere della tua bellezza, del successo, della tua presenza, se non ne godi significa che non ci credi. E gli altri dopo un po’ se ne accorgono.

Quando ho detto al mio amico Aurelio che avrei intervistato Lisa Gastoni, mi ha aizzato con il suo fuorieggiare di aggettivi eclatanti. All’uscita di Grazie zia lui aveva poco meno di trent’anni. Si è appassionato nel rievocare la sensualità sorniona di colpo sediziosa, sordidamente incestuosa con cui la zia Lea si avvinghiava al giovane nipote sobillandolo al destino di morte.

- Grazie zia è nato su un quaderno a quadretti. In origine la protagonista doveva essere una vecchia zitella asettica, bruttina, nevrotica. Era già stato rifiutato da Anouk Aimée e Glenda Jackson, così mi dissero. Io ero l’ultima spiaggia. Mi ricordo quando Samperi balbuziente e inciampando su se stesso venne a trovarmi. Avevo appena firmato un contratto per De Laurentiis che lo aveva girato alla Paramount. Dovevo fare un film abbastanza scemo con Michael Caine, la solita parte della moglie comprimaria. Ho letto questa follia sul quadernetto, qualcosa dentro di me è scattato. (Ride.) Sono sempre state quelle cose nella mia vita contro ogni logica, io non ho mai cercato di analizzare finché non era troppo tardi.

È nervosa. Vuole delle domande. Appena comincio a parlare mi interrompe. All’inizio non capisco. Non vuole domande, le chiede per troncarle, quasi infastidita anche se il suo sorriso è benevolo: vuole essere instradata. Così rassicurata, continua.

- Grazie zia non si finiva mai di girarlo, mancavano sempre pezzi. Un’organizzazione casalinga, anche meno. Eravamo sistemati a Montergrotto Terme, un posto lunare, tutto deserto, colonne rosse specchi neri: una cosa allucinante. L’unica auto della produzione era la mia, una duetto su cui caricavamo tutto. Io mi ero portata due valigie di vestiti del mio guardaroba per i costumi e mi truccavo da sola. Dopo una settimana di riprese andiamo ad Abano a vedere il girato. Samperi voleva fare una film sperimentale. Una follia, ecco: io sembravo una specie di fantasma invasato, si vedevano solo ombre. Non si capiva niente, insomma. Allora presi da parte il produttore Enzo Doria e gli dissi: “Bisogna chiamare uno con le palle se no questo film non si fa”. Fu grazie all’intervento di Aldo Scavarda, oltre allo sceneggiatore Sergio Bazzini, che ne venimmo a capo. Sono stata accusata molto aspramente di aver tolto la paternità del film a Samperi. Non mi sono mai sognata di farlo, però senza questi aiuti Grazie zia non sarebbe uscito.

Non c’è dubbio che il clamore suscitato dalla lasciva zia ha determinato le scelte successive. Sorridente, Lisa si serve della sua schiettezza semplificatrice per ridurre lo scandalo a un cliché ben indovinato.

- Il mio ruolo è sempre stato quello della borghese decadente ma piacente, ruolo che io ho costruito involontariamente. La sensualità era la chiave di lettura. A quei tempi o facevi la comica all’italiana, tipo la Vitti prima e la Melato più avanti, oppure facevi la belloccia. Tieni conto che ai tempi di Grazie zia si era in pieno Sessantotto: il rapporto tra la zia e il nipote rifletteva lo scontro tra la borghesia e il comunismo dei giovani ribelli. Io ho sempre interpetato storie d’amore con sottofondo politico, da Amore amaro a Scandalo, per non parlare di Mussolini: ultimo atto.

Mi piace questa rissosità sotterranea del tono, etereo nel sondare il passato con docile vaghezza e di colpo agguerrito nel fare i conti con la storia.

- Da che mondo è mondo la sinistra ha le idee e la destra paga per realizzarle, questo è un assioma. I miei registi sono stati quasi tutti di estrazione borghese - tipo Vancini, Lizzani - giovani negli anni della guerra e della Resistenza, chi l’ha fatta chi no, chi la vanta, chi lo sa. Eravamo negli anni sessanta e in tutti i settanta. La sinistra si è presa la cultura da sempre per arruolare i borghesi, l’ho già detto da Maurizio Costanzo e sono stata tagliata a pezzetti.

Sfugge sempre al mio sguardo, con le sue mani sinuose sempre in vantaggio sulle parole. I ricordi le scorrono veloci facendo delle imprecisioni un vezzo o una malaugurata dipendenza. A volte ho la sensazione che si compiaccia di queste dimenticanze da cui rinviene quasi spavalda, rasserenata dal presente lontano. Spavalda e insicura, io la vedo così mentre racconta dei grandi attori con cui ha recitato. Sono tanti. Da Totò a Lou Castel, definito enigmaticamente “un ibrido”; da Tognazzi a Rod Steiger, che con ancora indosso gli abiti di Mussolini cantava pezzi d’opera a un pianoforte sgangherato; da Fabrizi a Gassman, di cui offre un ritratto affettuoso e un po’ pungente, che un giorno le disse: “Tu sei la meno stronza del cinema italiano”. Con Gian Maria Volonté girò due film.

- Volonté. (Lunga pausa sorniona.) Volonté era molto politico. Era sempre un po’ sopra le righe. Mi aveva un po’ stufato con quel comunismo fuori dal tempo. Stavamo girando I fratelli Cervi. Lui mi prende da parte e mi dice: “Tu che sai l’inglese, dobbiamo rubare la pianta dell’ambasciata americana” (ride divertita). Era fuori di testa. Giravamo dalle parti di Reggio Emilia e lui mi portava alle riunioni delle cellule comuniste. Era fuori di testa e un grandissimo attore.

Appena uso la parola successo si adombra. La sua carriera sembra una combinazione di inconsapevolezza e premeditazione: da una parte l’ingenuità provvista di una bellezza conturbante, dall’altra l’intelligenza che l’ha portata anche a commettere errori. Lisa li riconosce senza perdere tempo a rimpiangerli.

- Pensa che accettai di girare Maddalena di Kawalerowicz mentre invece rifiutati Anonimo veneziano: un errore madornale! Enrico Maria Salerno veniva a prendermi a Cinecittà, io ero sul set de L’invasione con Michel Piccoli. Mi accompagnava a casa leggendomi pagina per pagina il copione, mi scongiurava. Ci vedemmo una domenica a casa sua e lui recitò ad alta voce tutte le parti. “Se non ti piace te lo riscrivo tutto.” In quell’occasione fui un po’ presuntuosa. Nell’altro film mi avevano proposto la co-regia. Un errore madornale. Mi son trovata tra persone molto poco professionali, ma buone poverine.

Dalle sue parole non traspare nostalgia né rifiuto del passato, tantomeno un tardivo sussulto moralistico. Fingo di non osservare la sua eleganza tutta blu: solo il bordo del dolceevita bianco e gli stivaletti bassi di cuoio spezzano l’uniformità scura del maglione di cotone e dei pantaloni che nemmeno due ore di gambe accavallate sgualciscono. Purtroppo sarà tardi quando mi proporrà di darle del “tu” per domandarle la ragione dell’assenza vistosa di fotografie. Solo una, che ho il tempo di guardare di sfuggita mentre mi fa strada sulla scala a chiocciola che porta al piano superiore.

- Quassù c’è il mio laboratorio, dove dipingo e scolpisco. Ecco, questi sono i miei quadri. Su questo tavolo invece facciamo delle bellissime cene con gli amici. Ma vieni, vieni a vedere il terrazzo. Da qui si vede tutta Roma. Non trovi che sia stupendo?

Per qualche minuto ci attardiamo a fissare il panorama discorrendo di libri. Quando rientriamo dal terrazzo mi mostra i suoi quadri. Ha fretta, teme un giudizio. La maggior parte sono ritratti di donne che ti guardano da colori inospitali, quasi impazienti di essere altrove, desolate da uno sguardo d’attesa. Adesso è lei che mi fa una domanda.

- Ci vedi un po’ di speranza? Almeno nel gomitolo rosso?

La guardo e davvero mi dispiace che tra pochi minuti dovrò chiamare un taxi per arrivare in tempo alla stazione. “Il gomitolo rosso per terra mi sembra proprio la perdita della speranza” le rispondo cortese, forse un po’ pentito di non poter raccontare la parte più affascinante della sua vita che di certo non sta nella sua carriera cinematografica. L’infanzia, il trasferimento a Londra per via della guerra, Graham Greene che era di casa, la gavetta nei teatri della provincia inglese, la parentesi greca, la volta che conobbe Kennedy...

- Avevo uno zio prete, una specie di cugino in realtà. Una volta era seduto a tavola vicino a me. Io prendo un cucchiaio e mi metto a batterlo su e giù cantando “la morale non è bene non è male, la morale non è bene non è male”. E paf! Mi molla un ceffone. Allora mio padre si alza in piedi e gli dice “Non ti azzardare mai più a toccarla. Mia figlia è una bambina che pensa, e credo che pensi bene”.

Mi offre dell’whisky alle quattro del pomeriggio, magnifico. È un’abitudine forse contratta dai film che ha interpetato: un tempo al cinema i personaggi bevevano a tutte le ore del giorno. Rifiuto, continuiamo a chiacchierare benché in realtà non mi faccia parlare, come se temesse qualcosa, più che una domanda un’affermazione. Si schermisce negando, poi risponde sempre. Vorrei vederla quando si arrabbia.

- Io odiavo l’aspetto promozionale del cinema, le “pubbliche relazioni”. Era una cosa viscerale. Mia madre mi diceva sempre “tu resisti, resisti per undici ore, alla dodecisima sbraiti poi il giorno dopo ti penti e devi chiedere scusa”. Io non sono una diplomatica. Durante le riprese di Grazie zia i rapporti con Samperi furono molto faticosi, io ero insofferente, alla fine lo ignoravo organizzavo le scene con Scavarda. Samperi poi si è riscattato alla grandissima con Malizia, e con lui ho fatto il mio ultimo film nel ’78, Scandalo.

Stiamo per salutarci, mi ha dedicato un romanzo scritto da lei che si intitola
La scelta di Taron. Sembra impaziente di congedarmi, poi mi trattiene ancora sulla porta.

- Vedi Sebastiano, io sono convinta che la nostra vita è molto più straordinariamente misteriosa di quello che noi pensiamo. Tu mi credi, lasciare il cinema è stato come lasciare l’Inghilterra. E poi ero innamorata di quello che sarebbe diventato mio marito.

Non finisce di spiegarmi l’analogia tra il ritorno in Italia e l’abbandono del cinema. Non importa. Io devo solo rendere conto al mio amico Aurelio e a tutti coloro che hanno amato la sua bellezza rorida di promesse ambigue: è ancora bellissima.