Dove sono i giovani? mi ha chiesto Furio Colombo. Chi sono i giovani? ho replicato io. In mezzo a questo botta e risposta, il tempo. Da una parte il tempo fulminante della tecnologia e del mercato che rigurgita miti a breve scadenza frammentando le giovani generazioni in tante fasce di pubblico, ognuna rincantucciata in un piccolo paradiso di certezze. Dallaltra il tempo interiore della persona in cui si radica unidentità giovane fortissima, al punto che per uscirne non basta crescere, cè bisogno di una scelta. Tanta dispersione di interessi e aspettative, gusti e tendenze e dei rispettivi luoghi deputati è riunificata dunque sotto il segno di unidentità comune che si esprime in un pregiudiziale rifiuto della società adulta percepita come troppo competitiva. Rispetto ai loro genitori i giovani hanno smesso di identificarsi con chi vince per accogliere la causa di chi è schiacciato. Allora è meglio aver già perso che provare a vincere. Il fallimento va prevenuto programmandolo. Rimanendo tra i propri simili appagati dal reciproco riconoscimento.
Il successo strepitoso di un film come Lultimo bacio conferma questa angoscia di essere rappresentati da uno di loro così come si vedono. La grande anima giovanile ammette solo di autodefinirsi, rifugge da ogni settarismo quando aspira a inscenare un impaccio esistenziale, salvo dissiparsi in settarissime incombenze quotidiane dove impuntarsi su ambizioni tanto pie da riuscire persino a realizzarle. Nel film di Muccino lindignazione, il dissenso, la polemica le abituali armi dei giovani dileguano in un collettivo soliloquio generazionale nel corso del quale ognuno parla esclusivamente di sé. Il narcisismo divenuto di massa rimpiazza la vanità con la pavidità. E le passioni si adeguano: passioni compite, tutte dedite a una felicità personale, aliena da quelle altrui.
La maggioranza dei giovani è una maggioranza emarginata. Non è chiaro fino a che punto siano esclusi dai grandi e quanto invece desiderino questa separazione. Diventare adulti, scegliere di diventare adulti significa accettare di essere come loro. Semplicemente passare da un gruppo a un altro: più un cambio di maglia che il risultato di un processo di sviluppo delle capacità individuali. Mai come oggi sarebbe salutare leggere Il saggio sulla libertà di John Stuart Mill per comprendere il valore in democrazia della diversità, la vera premessa dellindividualità. Invece assistiamo a un ritorno impensabile delle classi sociali. Prosciugata di storia e di senso, la tradizione come segno di distinzione riaffiora tra i giovani nella riproposizione di modelli e comportamenti sociali apparentemente superati che suppliscono al bisogno di caratterizzarsi senza il trauma della sfida personale: la diversità è un valore da condividere con i propri simili. Un paradosso, certo, ma anche una mascherata se capita di imbattersi in certe feste di compleanno provvisti di regolare invito senza però la cravatta nera richiesta.
I giovani questi giovani sbagliano a votare? Sì, se si attribuisce al voto quella richiesta di cambiamento, di protesta, di impossibile da sempre prerogativa delle nuove generazioni. No, considerando la scissione che operano tra politica come consorteria di intrallazzi personali e grovigli burocratici dei potenti e la risoluzione pratica dei problemi affidata a enti, associazioni o privati. Per questa ragione è compatibile votare Berlusconi e impegnarsi allo stesso tempo in cause sociali, volontariato, assistenza. Può sembrare quasi cinico, ma a un politico non chiedono umanità né utopie: chiedono efficienza organizzativa e una solare distanza dalle questioni relative alla vita di tutti i giorni di cui si devono occupare cittadini. Proprio la concretezza del problema sollecita liniziativa giovanile, rischiando però di essere travisata in un particolarismo incapace poi di risalire a una visione dinsieme. A scuola si manifesta giustamente per le pareti scrostate di unaula o linagibilità di un gabinetto, ma una volta intonacate le pareti e sgorgato il gabinetto finisce tutto lì. Di questo passo prepariamoci a un futuro pieno di ottimi amministratori di condominio.
È proprio dentro la discrepanza tra impegno privato e mancanza di aspettative pubbliche che vanno trovati i giovani. Il mondo del lavoro, una definizione che alle elementari mi sobillava inquietanti incubi repressivi, ha perso la funzione dirimente di tracciare il passaggio dalletà della formazione alletà dei doveri. Nella miriade di storie di adolescenze protratte in studi interminabili e colloqui continui, si profila uno scenario di libertà inconsulta, cioè folle, dominato dalla indefinitezza di offerte di lavoro, carriere sempre più sfumate, lavori a termine, squilibri mostruosi tra competenze professionali e guadagni, soprattutto casualità della selezione. La percezione di un meccanismo arbitrario e quindi di un riconoscimento in definitiva immeritato, associata alla stigmatizzazione della competitività, ingenera una altrettanto violenta stigmatizzazione del successo: ciò che conta dicono i giovani è quello che sei, mentre accettano senza contraddizioni il successo altrui confortati dallalibi della fortuna. E qui si affaccia prepotentemente una mentalità televisiva che dà ragione a chi è visibile assumendo come un dato di fatto tanto la sua intercambiabilità con qualsiasi altra persona quanto lininfluenza dei suoi meriti.
Per concludere, torniamo alla domanda iniziale: dove sono i giovani? Prima di rispondere dico dove mi piacerebbe che fossero: dove possono intralciare il famigerato mondo dei grandi che rifiutano senza giudicare apertamente, quasi disinteressati di un passato che non li riguarda e indolenti nellattesa di un futuro poco urgente: ma quando leggeremo finalmente una storia del Novecento italiano raccontata da un trentenne? Rispondendo, dico che i giovani sono tutti schierati qui davanti ai vostri occhi, provincializzati da questo mondo ridotto a villaggio globale sì, ma sempre villaggio incapaci o impediti, questo non importa se si è disposti a sbagliare, a immaginare lesistenza di una vita altrove.
dallUnità dell8 aprile 2001