Il senso di Milla per una nuova vita
di Roberto Carnero
Dopo alcuni anni di fiction (nel senso etimologico del termine, latino, non inglese) in cui il pulp e lo splatter sembravano essere i toni obbligati di certa narrativa, almeno di quella che si dice "giovane", pare che i nostri scrittori abbiano compiuto un progresso, una svolta, un giro di boa. Hanno cioè superato un complesso: la resistenza a parlare di sé, del proprio vissuto, degli eventi quotidiani e straordinari di cui è fatta la loro esistenza, come quella di tutti. È la riscoperta della dimensione intima, quella più privata, legata a una compromissione con l'autobiografia senza la mediazioni. Qualcosa di simile era capitato negli anni Ottanta, in libri come quelli di Tondelli, Palandri, Piersanti, per fare solo tre nomi, non a caso poco apprezzati da una critica sospettosa nei confronti delle narrazioni in cui l'io dell'autore campeggi con troppa baldanza e senza molti filtri. Si ha conferma di questa tendenza leggendo il nuovo libro di Sebastiano Mondadori, Sarai così bellissima. Come ha fatto Silvia Ballestra dal punto di vista femminile, con quel libro semplice e profondo che è Nina (Rizzoli), così il giovane scrittore milanese ora tratta il tema della nascita di un figlio, anzi di una figlia, dalla prospettiva maschile, cioè del padre. Non ci si vergogna di narrare, in entrambi i casi in presa diretta, quasi diaristica, eventi universali e ogni volta straordinari, come la gravidanza, l'attesa, il parto, i primi mesi di vita di un bambino. E lo si fa senza retorica (anzi con punte di ironia e umorismo che non spiacciono affatto), valorizzando la poesia intrinseca delle piccole cose, al senso di una vita che nasce prolungando quella dei genitori. I quali si trovano, all'avvento di un figlio, a compiere una sorta di bilancio della propria vita, riguardando al loro vissuto. Scrive l'io-narrante del libro di Mondadori, usando senza imbarazzi la prima persona e rivolgendosi idealmente a Milla, ovvero Camilla, la figlia nata da poco: "Da quando sono tuo padre i ricordi della mia vita si ripresentano bisognosi di essere completati: mutati di sguardo. Come se vedessi altre cose, o le stesse cose con occhi nuovi, e di colpo guardassi a me bambino dal punto di vista di un adulto. Sembra di rivivere la mia storia una seconda volta".
Ma l'amore spinge a proiettarsi in avanti, a evitare di gestire il figlio come se fosse un possesso personale, da plasmare a propria immagine e somiglianza, per aiutarla invece a crescere valorizzando le sue qualità: "Milla, fa che non ti dica mai chi devi essere. Difendi la tua unicità a costo di sentirti sola, incompresa, emarginata. Sbaglia con le tue forze. Chi ti vuol bene ha il compito di farti capire chi sei, ascoltando le tue parole e leggendo con amore nei tuoi silenzi: accanto a te per abbattere le paure tra i tuoi pensieri e il mondo". Tale è il senso ultimo di questa elegia della paternità, per niente di maniera, condotta in poche pagine (molte meno dell'ipertrofico romanzo d'esordio di Mondadori, Gli anni incompiuti, Marsilio 2001), ma dotate di una scrittura densa, concentrata, liricamente intensa.